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l'ambiente naturale

Molti scenari altotiberini, nella loro selvaggia bellezza, ci inducono facilmente ad affermarne una incontaminata naturalità, ma se per "ambiente naturale" si intende un ecosistema scaturito dalla interazione di forze che l'uomo non ha mai condizionato, allora il termine risulta veramente privo di significato poiché simili contesti non esistono più, né qui né altrove. Non nella flora, essendo ogni tipo di vegetazione o impiantata artificialmente o comunque composta in larga parte da specie esotiche introdotte dall'uomo. Non nella fauna, essendo oggi ogni equilibrio stravolto dall'allevamento, dall'agricoltura, dalla caccia, dalle scriteriate immissioni di specie esotiche e dai mutamenti vegetazionali stessi. Non nella geologia superficiale, essendo i suoli stati asportati dall'erosione conseguente al disboscamento o modificati dagli stessi mutamenti floristici e faunistici e le morfologie profondamente modificate da laghi artificiali, bonifiche, canalizzazioni, scassi, cave, case, strade ed altro. Non nel clima, se è vero che esso sta cambiando in tutto il globo per effetto dei troppi inquinanti immessi nell'atmosfera. Per quanto mi riguarda considero l'uomo facente parte a pieno titolo della natura, assieme agli altri animali e, con essi, condizionante il suo divenire.
Nelle mie descrizioni non comprendo tuttavia nell'ambiente naturale campi coltivati, strade, fabbricati, dighe e ogni altra entità direttamente controllata, sfruttata e profondamente modificata dall'uomo. Questa è una precisazione puramente convenzionale che si rende opportuna a questo punto per non generare equivoci nell'interpretazione di questo testo.
I boschi, i calanchi, i pascoli montani, in questo caso, fanno parte di ciò che continuerò a chiamare "ambiente naturale" dell'Alto Tevere, ma quanto esposto in questa premessa e quanto sviluppato nel seguito di questo capitolo attribuisce le reali connotazioni a tale denominazione e deve essere sempre tenuto a mente per non cadere vittime, da una parte, della facile trappola emotiva tesa dai protezionisti estremi, e, dall'altra, dall'incosciente miraggio di un consumismo foriero di un progresso che non sempre tende ad identificarsi con la civiltà.

SINERGIA UOMO-NATURA
Seguendo in maniera acritica quanto i mezzi di comunicazione ci propongono in tema di aggressione verso la natura sembrerebbe che tutte le colpe debbano ricadere sull'uomo di oggi, padrone delle più sofisticate tecnologie, mentre resta sottintesa una rassicurante immagine di un tranquillo uomo primitivo, in sintonia con l'ambiente naturale e rispettoso dei suoi eqrnlìbn. In realtà il mito del buon selvaggio deve essere del tutto superato se si vuole veramente capire l'evoluzione dell'ambiente messa in relazione ai fenomeni antropici.
Riferendoci all'uomo vissuto nelle ere documentate storicamente èmolto facile, osservando quanto resta delle sue spettacolari realizzazioni, rendersi conto di quanto grande sia stata la sua ambizione dì mutare il corso degli eventi naturali e di quali pesanti modifiche avrebbe ulteriormente portato se avesse avuto a disposizione i mezzi odierni. Non per niente ai nostri megaprogettì attribuiamo ancora l'aggettivo di "faraonici". Riflettendoci un po' appare chiaro che proprio quella tecnologia che tanti pericoli fa correre oggi al pianeta, sfruttata intelligentemente ci può invece aiutare a risolvere i problemi ambientali emergenti. Mi è particolarmente gradito sfiorare questo argomento poiché voglio assolutamente sgombrare il campo dall'equivoco che vuole i naturalisti contrari ad ogni forma di progresso. Questo non èquasi mai vero, e in ogni caso personalmente appartengo alla schiera dì quanti credono inarrestabile e positivo lo sviluppo delle conoscenze scientifiche, prerogativa più qualificante della specie-uomo, fermo restando il dovere di vigilare sull'uso che le conoscenze comportano nel campo applicativo.
Ma torniamo al "buon selvaggio", proiettandoci ad alcune decine di migliaia di anni or sono, all'incontro con l'Homo sapiens, cioè la neo-affermata specie di cui siamo diretti discendenti. Lungi dall'usare riguardi verso l'ambiente - non ne aveva d'altra parte alcun motivo - egli, forte di un cervello capace di più sofisticate elaborazioni, ha probabilmente provocato la fine della razza neanderthaliana, fors'anche macchiandosì con episodi di cannibalismo e non è stato certamente estraneo alla estinzione di gran parte della megafauna quaternaria, tra cui mammut, rinoceronti lanosi, e orsi delle caverne, tanto per citare esempi molto noti. Organizzato in squadre di caccia ben assortite egli ha imparato ad usare in forme sempre pìù efficaci armi e utensili. Poco importa che si trattasse di elementari selci lavorate, la differenza qualitativa con gli altri animali è presto apparsa molto significativa.
Abbiamo prove che per catturare i grandi erbivori spingeva talvolta le mandrie verso profondi burroni causando ecatombi spaventose. A quel tempo si è instaurata anche una alleanza tra i due predatori più efficienti del paleartico, uomo e lupo. Se il secondo cominciò probabilmente a seguire le tribù per cibarsi di quanto restava delle battute di caccia, l'uomo può averne sfruttato le eccezionali capacità olfattive e imitato le efficaci strategie venatorie, mentre avvicinava e domesticava nel contempo gli esemplari più docili ed etologicamente preadattati a evolversi nelle razze canine che oggi tanto amiamo.
Forse non appare molto fascinoso questo approccio, ma credo proprio che le svolte fondamentali dell'evoluzione sociale e scientifica debbano ascriversi a originari atteggiamenti utilitaristici.
Quando da cacciatore-raccoglitore l'uomo scoprì i vantaggi dell'agricoltura, la sua influenza sull'ambiente divenne ancora più significativa. Molti altri animali vennero domesticati e subirono variazioni morfologiche e comportamentali indotte dalle selezioni più o meno inconsciamente operate. I terreni più favorevoli furono sgomberati dal bosco e sfruttati per le prime coltivazioni. Alcune piante, soprattutto graminacee, che presentavano semi ben conservabili, vennero coltivate e videro accelerato a dismisura il processo evolutivo con selezioni mirate alla produzione. Il grano e il mais come oggi li vediamo non esistono in natura, ma derivano da minuscole pianticelle che hanno attraversato migliaia di anni di selezione artificiale. Il processo subisce una notevole accelerazione quando si entra nella storia con le grandi civiltà di cui ci sono pervenute probanti documentazioni.
Venendo all'Alto Tevere, le testimonianze del passato ci portano sulle tracce di una misteriosa civiltà appenninica che ha sfruttato probabilmente le più salubri valli laterali che non i paludosi residui del Lago Tiberino. Resti di palafitte sono tuttavia affiorati in scavi condotti a Città di Castello. I resti di industria litica reperiti presso Antirata sembrano però più significativi nell'indicare nei rilievi appenninici i luoghi preferenziali per i più primitivi insediamenti.
Poco sappiamo sugli Etruschi, ma se è vero che tagliando la soglia di Torgiano hanno reso possibile il prosciugamento di quanto rimaneva della parte meridionale del Lago Tiberino, si può pensare che qualcosa di simile possono aver fatto anche in Alto Tevere. Sembra poco prababile però che si siano spinti molto al di là della riva sinistra del fiume, dove viveva la popolazione degli Umbri.
Con l'occupazione romana inizia lo sfruttamento agricolo sistematico delle zone pianeggianti dell'Alto Tevere e il disboscamento delle montagne, soprattutto mirato alle abetaie, in virtù di un asse fluviale che rendeva possibili e agevoli i trasporti verso la capitale. Si spiegherebbe così la totale scomparsa dell'abete bianco, tanto ampiamente rappresentato nel vicino Casentino. È anche probabile che a quei tempi siano stati rettificati i meandri più viziosi per bonificare terreni e rendere più breve il tragitto e più rapida la corrente.
Con il decadimento sociale e il crollo demografico medievale la natura ha potuto riconquistare molti spazi e il casuale corso degli eventi deve aver ridisegnato molti paesaggi.
Con l'avvento del secondo millennio dell'era cristiana riprende il progresso sociale e a crescere la popolazione, fenomeno che trova la sua massima espressione nel rinascimento. Braccio Fortebraccio da Montone ordina la canalizzazione della paludosa Chiana, già tributaria del Trasimeno e quindi del Tevere, drenando tutta la pianura verso l'Arno. In meno di cinquant'anni si assiste all'inversione della corrente di un fiume con tutto quel che ne consegue in termini di evoluzione geomorfologica. In Alto Tevere non si ha notizia di sconvolgimenti tanto spettacolari, tuttavia progetti di deviazioni del fiume per scongiurare le rovinose piene ricorrono nelle cronache di quei secoli, e tanto per citare un piccolo esempio, il torrente Scatorbia che bagnava il lato Nord di Città di Castello viene deviato sull'attuale alveo che lambisce lo spigolo meridionale della città.
Due secoli fa il Tevere, scorreva ancora sotto le mura occidentali di Città di Castello, venne rettificato e accostato alla collina della Montesca.
Verso la fine del secolo scorso i nostri rilievi furono ridotti a nudi e spettrali calanchi privi di copertura arborea. Le cause vanno ricercate soprattutto nella grande pressione demografica che insisteva nei territori collinari e montani con relativa grande necessità di aree coltivabili e di legna da ardere, ma anche nel massiccio prelievo di legname che venne fatto per ricavarne traversine ferroviarie dopo che i versanti marchigiani erano stati spogliati dì roveri destinate alla marina britannica. Le marne, notoriamente impermeabili, private dell'orizzonte vegetale non sono capaci di trattenere acqua piovana e di opporsi al-l'asportazione dei suoli. Non fu certo casuale il verificarsi proprio in quegli anni di spaventose inondazioni. La più catastrofica, ricordata da lapidi indicatrici di livello raggiunto dalle acque nel centro storico di Città di Castello, avvenne nel 1896 e causò ingenti danni in tutto l'Alto Tevere.
Una svolta significativa si è àvuta indubbiamente negli anni sessanta di questo eccezionale XX secolo, quando l'industrializzazione e l'inseguimento di nuovi modelli di vita portarono all'inurbamento di grandi masse di agricoltori con relativo abbandono della montagna. La pianura mutava volto per la massiccia antropizzazione e l'evolversi dei metodi di produzione agricola, mentre la montagna poteva di nuovo coprirsi di boschi, in massima parte per azione naturale, in virtù dei sistemi di riscaldamento che hanno abbandonato la legna per i
combustibili fossili, ma anche per merito dell'opera del Corpo Forestale dello Stato e, successivamente, della Comunità Montana Alto Tevere Umbro.
Quanto detto non ha pretesa di ricostruzione storica, ben altra dimensione e ben altro livello di approfondimento dovrebbe assumere un simile intento. Queste estreme schematizzazioni tendono a sottolineare quanto stretti siano i legami tra intervento dell'uomo ed evoluzione naturalistica del territorio, e quanto lontano nel tempo si spingano i confini di questa azione. Acquisire questa ottica consente di meglio giudicare i processi in atto e di assumere atteggiamenti più corretti in materia di conservazione, salvaguardia e ripristino.
Oggi non ci si può improvvisare naturalisti. Per capire l'ambiente occorre prendere atto delle complesse dinamiche che ne condizionano il divenire, prestare la massima attenzione al manifestarsi degli equilibri naturali mantenendo la mente tesa da una parte a ricostruire l'evoluzione e dall'altra a prevederne il futuro. Questo è materia dell'ecologia, che significa <<studio della casa>>. Fare ecologia significa proprio capire i meccanismi che sottostanno all'equilibrio dell'ambiente in cui viviamo e agire di conseguenza, e non soltanto eseguire operazioni di pulizia, come sembra scaturire dalla riduttiva interpretazione che oggi viene spesso fatta del termine.