Conoscere il Territorio > La presenza umana

L'indagine sulla presenza umana in un certo territorio e sulle vicende ad essa connesse assume modalità molto diverse a seconda
che si vogliano trarre notizie sui nostri più remoti antenati dell'età della pietra o su parenti più prossimi vissuti
in epoca storica. Nel primo caso bisogna infatti vestirsi dei panni del detective in cerca dell'assassino.
Come quello riesce a ricostruire la dinamica del delitto congetturando su un'impronta digitale o su un mozzicone di sigaretta,
cosi il paletnologo può farsi un'idea sulle abitudini di vita dei nostri progenitori dall'usura di un raschiatoio di pietra o
da altri piccoli segni dall'apparenza insignificante. Nel caso che si indaghi invece su periodi storici il problema è
reso diverso dalla più determinante delle conquiste umane, quella che ha fatto varcare una soglia oltre la quale il cammino
del progresso si è fatto tutto in discesa. Si tratta della comunicazione scritta, l'invenzione che ci permette, in campo culturale,
quella cosciente e mirata "ereditarietà di caratteri acquisiti" che neanche la natura ha saputo mettere a punto nel fenomeno dell'evoluzione biologica.
Ogni frammento che rechi traccia dei convenzionali segni alfabetici contiene informazione cui il ricercatore può attingere, fino a trovare
interi brani di storia tramandati da documenti d'archivio.
Anche in Alto Tevere le due modalità di indagine si sono intrecciate nel cercare lumi sulle nostre radici più profonde e remote e sullo sviluppo
del fronduto albero della storia più recente.
Vale proprio la pena a questo punto esaminare gli aspetti salienti della presenza umana in Alto Tevere, sia sulla scorta di quanto lecito affermare in via
ipotetica che sulla base di sicuri e verificabili documenti, ma sempre con l'umiltà di chi è cosciente degli inevitabili margini interpretativi connessi alla
ricostruzione storica e non di meno con l'entusiasmo di chi ne percepisce tutta la fascinosa suggestione.
Nel Pleistocene medio lo svuotamento del Lago Tiberino favorì l'insediamento dei primi uomini nella valle. Le testimonianze più antiche sono state trovate
nei pressi di Anghiari. Sul colmo di antichi terrazzi pliocenici si sono rinvenuti dei ciottoli appena scheggiati dall'uomo che rappresentano gli utensili tipici
della più antica cultura dell'età della pietra e risalgono a circa un milione di anni. Sempre nella zona di Anghiari, in località Sorci e Tamburo,
un'industria litica formata da raschiatoi, denticolati, lame e punte, associata al ritrovamento di bifacciali acheuleani, attesta la presenza dell'uomo in periodi
che risalgono a circa 200/300 mila anni.
Altri due bifacciali di foggia simile a quella indicata sono stati trovati a Baucca di Città
di Castello e a Felceto di Promano. Anche i paleoterrazzi in località S. Maria
di Sette hanno restituito alcuni strumenti del Paleolitico medio molto
fluitati. Il quadro dell'antropizzazione si evidenzia così omogeneo su
tutta la valle dimostrando che essa fin dai tempi antichi offrì condizioni
ottimali per gli insediamenti umani. L'abbondanza di acqua, di selvaggina
e di altri prodotti naturali fecero si che il popolamento si
intensificasse e che specialmente nel Neolitico essa fosse densamente
abitata anche per lo svilupparsi delle prime pratiche di colture agricole
e dal sorgere dei primi villaggi. Infatti le terrazze fluviali più recenti
hanno restituito, sia lungo il Tevere che lungo i suoi affluenti di destra
e di sinistra, strumenti neolitici in pietra assieme a frammenti di
vasellame.
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| Punte neolitiche peduncolate provenienti da varie località dell'Alta Valle del Tevere | Punta dell'eneolitico | Bifacciali dell'acheuleano superiore da Tamburo di Anghiari (sinistra) e da Promano (Città di Castello, Raccolta Civica) |
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| Punte, i bulini e i raschiatoi neolitici della foto che provengono da Campolungo d'Antirata (Città di Castello, Raccolta Civica) | Fusaiole neolitiche in ceramica provenienti da varie località dell'Alta Valle del Tevere | |
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| testa di mazza forata eneolitica dai terrazzi del torrente Soara (Città di Castello, Raccolta Civica) |
corredo funebre in bronzo da una tomba in località Bivio dl Rovigliano (VII sec. a.C.) (Città di Castello, Raccolta Civica) |
A sostegno di quanto detto, in località Antirata nel 1981 furono
segnalati e quindi scavati da parte dell'Università di Perugia i resti di
un villaggio neolitico. Lo scavo, oltre che a portare alla luce importanti
testimonianze della vita dell'insediamento, rivelò come lo strato
antropico non fosse stato intaccato dai lavori agricoli per cui si
presentava una situazione ideale per ulteriori esplorazioni che avrebbero
potuto offrire una serie di dati sul numero, sulla forma e le dimensioni
delle capanne, sulla durata dello stanziamento, sulla consistenza
socioeconomica della comunità e di eventuali opere artificiali di difesa.
Il ritrovamento poi di alcune spille, bracciali e anelli in bronzo sta a
testimoniare che la località non fu abbandonata, ma seguitò ad essere
popolata fino all'età dei metalli. Comunque in tutta la valle, in base
anche alla segnalazione di numerose esplorazioni dì superficie, si va delineando la realtà di un territorio ricco di insediamenti risalenti al neolitico finale: un periodo distante da noi circa 5.000 anni
in cui il processo di colonizzazione agricola andò perfezionandosi ed espandendosi su tutto il territorio in virtù di una crescente razionalizzazione nello
sfruttamento dell'ambiente naturale e di un potenziamento delle tecniche di coltivazione e di allevamento.
Molti reperti paleontologici emersi nel territorio altotiberino sono conservati
e catalogati presso la Raccolta Civica di Città di Castello, una
istituzione che merita di essere potenziata e valorizzata, per fornire importanti
riferimenti didattici al mondo della scuola e testimoniare per la nostra valle una
evoluzione naturale e radici culturali che affondano nella notte dei tempi.
Tra la fine dell'età del bronzo e gli inizi dell'età del ferro avvengono profondi sommovimenti; pressoché tutta l'Umbria conosce trasformazioni di grande importanza per i secoli successivi e assiste al progressivo stabilizzarsi di alcuni popoli in quelle che saranno poi le loro sedi storiche. Per la nostra vallata è il momento degli Etruschi e degli Umbri, che si stanziano rispettivamente a destra e a sinistra del Tevere. Nel ricco panorama delle popolazioni italiche preromane, gli Umbri occupano un posto del tutto particolare, forse per il fascino che emana dalla nota definizione gens antiquissima Italiae, datane da Plinio il Vecchio (Nat hist., III,112). Se la bibliografia sugli Etruschi è, si può dire, sterminata, l'interesse per quest'altra.
popolazione di origine indoeuropea è invece andato progressivamente
aumentando durante il nostro secolo, fino a sfociare in intense ricerche
condotte negli ultimi anni in molte zone dell' Italia centrale e in
mostre
come quella realizzata in Vaticano nel 1988 e riproposta poi in grandi
città europee.
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Peso di bilancia in bronzo e ferro raffigurante la testa e parte del busto della dea Atena. Da Monte S. Maria Tiberina (foto Franco Ballini)
(Città di Castello, Raccolta Civica)
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Va delineandosi una fisionomia sempre più precisa e al tempo stesso
articolata secondo le diverse realtà locali: abitanti di una larga regione
che in epoca storica comprendeva te odierne Romagna, Umbria a sinistra del
Tevere e Marche almeno fino al fiume Esino, popolo essenzialmente di pastori
ma caratterizzato anche da una forte componente guerriera, gli Umbri percorsero le tappe
di una profonda evoluzione che, pur diversa e apparentemente più
lenta rispetto a quella dei vicini Etruschi, influì indubbiamente
sullo sviluppo successivo del territorio.Per il lungo periodo che va dal IX al VI o,
in alcuni casi, al V sec. a.C., gli aspetti di questa civiltà si ricavano
soprattutto dalle necropoli; mancano ancora veri e propri centri urbani, ma,
a partire dal VII sec., frequente è la presenza di piccoli insediamenti
a carattere sparso in zone piùo meno elevate ed interne; per motivi di difesa,
la posizione preferita è quella di altura. Villaggi di capanne di questo tipo
sono stati rinvenuti nell'Umbria centrale e meridionale. Anche l'Alta Valle Tiberina
offre importanti testimonianze di tale fase storica, con i ritrovamenti di Trestina e Fabbrecce,
località immediatamente a destra del Tevere, ne! comune di Città di Castello.
Si tratta nel primo caso di un deposito di oggetti in bronzo e in ferro (elmi; protomi di grifo,
di stambecco, di cervo; parti di un tripode, ecc.) di varia provenienza; alcuni possono
essere ricondotti ad ambiente greco-orientale. L'ipotesi più probabile è
che essi siano giunti qui avendo come intermediaria, se non come centro di produzione, l'Etruria.
Materiali ugualmente notevoli sono stati scoperti a più riprese a Fabbrecce all'inizio
del nostro secolo: una splendida ansa bronzea decorata pertinente al coperchio dì un vaso,
probabilmente una situla, e un bronzetto raffigurante un Centauro furono raccolti casualmente,
assieme ad altri reperti; venne poi scavata una tomba a fossa che presentava un ricco corredo funebre,
comprendente tra l'altro resti di un carro da guerra, un elmo bronzeo a calotta composita,
alcune armi, un lebete in bronzo frammentario, numerosi esemplari in ceramica.
L'origine dei reperti e le modalità del loro arrivo in questo angolo
apparentemente appartato della valle sono varie, e mostrano che buona parte di
essi è di importazione. Ad esempio, il lebete viene verosimilmente dall'attivo
centro etrusco di Vetulonia, mentre l'elmo è di un tipo frequente nell'area medio-adriatica.
I rinvenimenti di entrambe le località testimoniano l'esistenza, per questa zona,
di comunicazioni e di traffici sia con l'area etrusco-laziale che con quella adriatica.
Nel VII sec. a.C., cioè, l'Alta Valle del Tevere non era una realtà isolata:
ad Est, valichi appenninici facilmente guadagnabili la collegavano con le regioni adriatiche;
a Ovest, l'Etruria costiera era raggiungibile grazie alla mediazione di centri più
interni come Chiusi. Il tutto va collocato in un contesto più ampio, quello delle
grandi direttrici di traffico, a scopo in primo luogo commerciale, tra l'Italia del Sud,
l'Etruria meridionale, le regioni adriatiche e quelle padane, per giungere fino al centro Europa.
Successivamente, il territorio umbro continua a presentare un insediamento di tipo
pagano-vicanico al meno fino alla fine del V o agli inizi dcl IV sec. a.C., quando un diffuso
benessere e una nuova mentalità trovano espressione nella costruzione dci primi
grandi centri urbani, dotati in genere di formidabili mura di difesa in opera quadrata
o poligonale e organizzati secondo precisi schemi (cfr. Tavole Iguvine).
Fino ad allora, una funzione fondamentale di raccordo politico ed economico,
oltre che religioso, è svolta dai santuari, che fra il VI e V sec.
fioriscono in varie località; ad essi sono ricollegabili i numerosi
bronzetti votivi rinvenuti in tutta l'Umbria, attraverso i quali soprattutto
i ceti dominanti rappresentano se stessi in rapporto alla società
e alle divinità. Oggetti di questo tipo provengono anche dai dintorni
di Città di Castello, ma le notizie in proposito sono
purtroppo assai lacunose.
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Fistula aquaria di piombo con iscrizione, proveniente da una villa
rustica romana nei pressi di Pietralunga
(Città di Castello, Raccolta Civica)
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A partire dalla fine del IV sec. a.C., sull'Umbria si proietta l'ombra
della espansione romana che, per procedere verso il Nord della penisola, cerca il controllo
delle aree centrali e in particolar modo della Valle del Tevere. Con un'ampia ed elastica
(ma al tempo stesso assai decisa) politica di alleanze, Roma riesce ben presto a legare
a sè città e larghi tratti del territorio: dai trattati stipulati
con Camerìnum e Ocriculum si passa alla fondazione di colonie
latine come Narnia (229 a.C.) e Spoletium (241 a.C.), alla concessione
di cittadinanza senza diritto di voto, all'istituzione di prefetture efora, alle
distribuzioni a cittadini romani di parti dei terreni umbri confiscati.
Tutto ciò fa sì che, dopo la battaglia di Sentino (295 a.C.) che segna
la sconfitta della resistenza antiromana (condotta da Sanniti, Galli, Etruschi e Umbri),
gli abitanti dell'Umbria si mantengono sostanzialmente fedeli a Roma.
Rispetto ad altre zone della regione, la nostra appare piuttosto povera di notizie relativamente
a questo periodo, ma forse ciò dipende anche dalla mancanza di ricerche sistematiche
approfondite e dalla dispersione dei dati (ad esempio tra i collezionisti privati). Possiamo
verosimilmente immaginare che anche qui, come altrove, gli insediamenti si spostino dai colli
alla pianura, con preferenza per luoghi vicini a corsi d'acqua, e che gli abitati siano ancora
in forma di villaggi; già meglio organizzato, forse, doveva essere quello corrispondente
a Città di Castello, destinato a divenire tra il I sec. a.C. e il I sec. d. C. il centro
urbano più importante dell'Alta Valtiberina. Località. gravitanti intorno a
S. Giustino (Le Capanne, Passerina, Monte Giove) hanno restituito tombe con corredi funebri
di produzione etrusca databili intorno al III sec. a.C.. E' stato giustamente notato che, di
conseguenza, la divisione operata dal Tevere tra gli Etruschi e gli Umbri non doveva al momento
essere troppo drastica secondo le necessità, il fiume poteva fungere non solo da linea
di separazione, ma anche da punto di incontro, specialamente quando i due gruppi etnici si
sentivano accomunati dal pericolo dell'invasione romana. Dalla stessa Città di Castello
viene uno specchio etrusco di età ellenistica, ornato dalla rappresentazione di Ercole,
Afrodite e Minerva,
Non sappiamo con precisione quale fu il ruolo del nostro territorio durante la guerra sociale,
scoppiata tra 91 e 90 a C.,. ma è certo che, al suo termine, anche la città
di Tifernum Tiberinum (Città di Castello),. nell'ambìto dell'estensione
a tutta l'Italia del sistema municipale, ottenne la cittadinanza e divenne un municipium.
La tribù cui venne ascritta fu la Clustumina, alla quale appartennero altre
città umbre poste alla sinistra del Tevere. Un congruo numero di epigrafi (conservate
per la maggior parte nel palazzo comunale) fornisce informazioni abbastanza dettagliate per
l'età imperiale, durante la quale Tiferno fu incluso nella VI regio augustea; è
nota l'iscrizione, ora scomparsa, posta a un C. Acìlìus Politicianusdai
decuriones, dai seviri augustales e dalla plebs urbana di Tiferno.
La menzione di questi tre ordini (nei quali solitamente si raccoglievano gli abitanti di
un municipio) e delle cariche ricoperte dal personaggio mostra in questa città
il funzionamento di un ordinamento municipale in piena regola, con le sue varie istituzioni.
Una lapide marmorea rinvenuta a Fontecchio, a pochi chilometri da Città di Castello,
ricorda che un Lucio Vennio Sabino e suo figlio Efficace donarono ai Tifernati Tiberini
la fonte e il serbatoio dell'acqua dai propri confini fino all'acquedotto pubblico. E nello
stesso luogo venne trovata una statua di marmo raffigurante una figura femminile in atto di
versare acqua da un'anfora, oggi scomparsa: corre
voce che sia stata venduta e che si trovi all'estero. In modo analogo le iscrizioni
tramandano i nomi di altri personaggi che offrirono alla comunità delle opere
pubbliche; la popolazione di Tiferno, dunque godette in età imperiale di una certa
floridezza economica, almeno limitatamente agli strati sociali più elevati.
Il territorio di Tifernum Tlberinum (sulla cui esatta delimitazione ancora si
discute) appare caratterizzato da insediamenti romani nella forma di ville rustiche,
che cominciano a diffondersi dal I sec. a. C. Sono attestate sia ville medio-grandi,
legate al sistema di produzioni schiavistico, sia altre di struttura più semplice,
riferibili alla piccola proprietà terriera. Alcuni luoghi: Pitigliano, Celalba,
Passerina, Panicale, Userna, Antirata, Villa Pozio, Fontecchio, ecc.. Parti di una vilIa,
di notevoli dimensioni sono state rinvenute a Colle Plinio, nel comuni di S. Giustino;
gli scavi hanno confermato trattarsi di proprietà legati alla celebre villa
in Tuscis di Plinio il Giovane.
Il facoltoso uomo di lettere e politico vissuto tra il 62 e il 113 d. C. amico
dell'imperatore Traiano, per il quale scrisse il noto "Panegirico", era titolare
di ampie proprietà sparse in tutta la penisola. Tra queste, la preferita
era proprio la villa in Tuscis: Io afferma lo stesso Plinio nel suo epistolario,
ricordando altresì che essa si trovava nell vicinanze di Tifernum Tiberinum,
città di cui era patronus e nella quali aveva fatto edificare, e poi
dedicato solennemente, un tempio ornato da statue.
L'intero epistolario pliniano e in particolare l'epistola sesta del libro, con
l'estesa descrizione della villa in Tuscis, sono documenti d fondamentale
importanza non solo per ciò che riguarda una ricostruzione storica del
personaggio e della sua epoca, ma anche per uno studio delle grandi tematiche
relative all'organizzazione agraria romana. Il modello che emerge dagli scritti
di Plinio è quello di una proprietà che, pur mantenendo ancora
caratteri tradizionali, tende sempre più verso il latifondo, e nella
quale l'utilizzo di manodopera sehiavile comincia a manifestare segni di crisi.
La possibilità di confrontare i dati del testo letterario con quelli del terreno è,
a questo punto, densa di promesse.
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Colle Plinio (San Giustino), villa di Plinio: particolare degli scavi archeologici con resti di
dolium
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L'economia degli abitanti della valle altotiberina doveva basarsi
essenzialmente su agricoltura e allevamento come fonti principali di
sussistenza e di commercio, poi su attività collaterali come caccia e
pesca. I dolci pendii collinari e la pianura venivano coltivati a cereali
e a foraggio; notevole importanza aveva la viticultura, alla quale Plinio
fa spesso riferimento, lamentando però vendemmie scarse.
Non mancava uno sfruttamento delle risorse naturali, in primo luogo del legname che, raccolto in gran quantità sui rilievi boscosi dell'Appennino, veniva poi affidato alla corrente del Tevere e inviato alla volta di Roma, dove veniva utilizzato, oltre che come combustibile, nel settore dell'edilizia e comunque nei più svariati cantieri. L'uso del Tevere come via di comunicazione e dì commercio era molto diffuso nell'antichità ed è attestato da varie fonti: Dionigi di Alicarnasso (III, 44, 1) dice il fiume navigabile fino alle sorgenti; Strabone (V, 2, 5) fa riferimento alla pratica dello spostamento di legname tramite fluitazione sul Tevere; Plinio il Giovane offre una breve ma vivida descrizione, quando afferma "quel fiume (il Tevere), che attraversa i campi, è navigabile e trasporta verso la città tutti i prodotti delle terre, almeno durante l'inverno e la primavera; calan le acque nell'estate e con l'alveo secco perde il titolo di gran fiume, riprendendolo in autunno". (Ep. V, 6; trad. L. Rusca). Il trasporto dì materiali pesanti era più agevole e veloce via acqua che via terra, quello di altri prodotti, più economico. Naturalmente era necessario fare attenzione alle condizioni stagionali del fiume e utilizzare mezzi di trasporto adatti: battelli piccoli e maneggevoli, zattere o direttamente legni. L'importanza del patrimonio boschivo e l'invio a Roma dei tronchi tramite il Tevere rimasero in vita anche nei secoli successivi, come ci ricorda il toponimo Massa Trabaria, designante la provincia pontificia istituita nel Medio Evo e racchiudente anche questa zona.
L'intervento romano nell'Alta Valle del Tevere ha lasciato un'impronta decisiva, specialmente nell'organizzazione degli spazi; tuttavia esso non si è posto in termini di rottura e di interruzione con la tradizione precedente, ma si è piuttosto inserito in una dimensione di continuità, cercando di adeguarsi alle condizioni ambientali ed innestando le innovazioni sul potenziale culturale preesistente. Il sistema di vita diffuso nel primo secolo dell'impero e agli inizi del secondo continua nelle sue linee generali anche in seguito, pur in presenza di modifiche di non lieve importanza da un punto di vista territoriale ed economico: la presenza di latifondi, accresciuta dal passaggio di vasti terreni al demanio imperiale, tra II e III sec. d.C. è ormai una realtà, e la pratica di attività agricole diviene sempre più difficoltosa a causa dei travagliati rapporti tra grandi e piccoli proprietari terrieri, coloni, manodopera servile. Il periodo tardo-antico assiste ad un progressivo restringimento degli orizzonti produttivi: disgregatosi il sistema della villa medio-grande a condizione schiavistica, l'agricoltura e l'allevamento vengono praticati sempre più all'interno di strutture più modeste, in funzione di un'economia di
sussistenza e in minor misura per il commercio e l'esportazione a Roma, mentre larghi terreni restano incolti.
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Il Tevere presso Umbertide.
Un tempo le sue acque costituivano un importante
mezzo di comunicazione
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La vita in città doveva mantenersi abbastanza tranquilla; nel III sec. a Tifernum Tiberinum c'erano ancora ceti sociali capaci di commissionare opere artistiche di buon livello come i due sarcofagi attualmente conservati alla Pinacoteca Comunale.
In seguito alla riforma di Diocleziano (285-305 d.C.), Tiferno e il suo territorio furono inclusi nella provincia Tuscia et Umbria alle dipendenze del Vicarius urbis Romae e sotto la diretta amministrazione di funzionari (un consu1aris è
attestato con sicurezza per questa provincia dal 370 d.C.). E' questo il momento del!a diffusione del cristianesimo, legata, secondo la tradizione, alla predicazione di personaggi divenuti poi, in molti casi, martiri e santi. La leggenda vuole che l'Alto Tevere abbia conosciuto l'evangelizzazione agli inizi del IV sec. ad opera di San Crescenziano, martirizzato nel luogo di Pieve de' Saddi,
nel
territorio di Pietralunga.
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Sarcofago romano proveniente da Petroia
(Città di Castello, Pinacoteca Comunale
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Tuttavia, la prima notizia certa sulla chiesa della città risale al V sec. e attesta non solo che la religione cristiana era ivi ampiamente praticata, ma anche che Tifernun Tiberinum era divenuto sede vescovile e centro di diocesi.
In base ai documenti noti, all'epoca delle invasioni barbariche, Tiferno e il suo territorio non dovettero essere coinvolti direttamente negli eventi bellici, ma con ogni probabilità ne subirono le conseguenze sul piano economico. Momento particolarmente drammatico
fu quello della guerra gotica (535-553), che l'umbria visse in "prima persona" a causa detta sua posizione di passaggio e di collegamento, grazie alle vie Flaminia e Amerina, tra le due più importanti città d'Italia del periodo:
Roma e Ravenna. Mentre le fonti letterarie o tacciono o sono singolarmente povere di dati relativamente a questa zona, la tradizione parla di una distruzione di Tiferno ad opera dei Goti di Totila e di una successiva ricostruzione iniziata dal vescovo Florido, fatto in seguito,
accanto a S. Amanzio, santo patrono della città. In assenza di elementi storicamente certi, si può comunque notare che, se non altro per la vicinanza a Perugia, in cui si combattè a lungo. L'Alta Valtiberina e i suoi centri si trovarono a fronteggiare almeno
le gravi conseguenze della guerra. Popolazione decimata, città distrutte o spopolate, fuga verso le campagne peraltro ormai disordinate e preda di paludi e di febbri malariche, carestie, pestilenze: questo è il quadro desolante offerto dall'Umbria al termine della
guerra gotica. Le precedenti istituzioni, gli ordinamenti sociali sono progressivamente decaduti, mentre crescente prestigio è stato acquisito dalle nuove figure dei vescovi, tenuti spesso in considerazione dagli stessi Goti. Su un piano urbanistico ciò si riflette
nel superamento di vecchi tipi di edifici e nella realizzazione di nuove strutture, in primo luogo quelle legate al culto cristiano: è questo un mutamento tenuto ben presente al momento della ricostruzione o della ristrutturazione delle città.
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Tesoro di Canoscio (Foto Archivio Tacchini)
(Città di Castello, Museo del Duomo)
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Dopo un breve periodo di pace la Tuscia (così ormai si chiamava la provincia Tuscia et Umbria, comprendendo sotto un unico nome Toscana e Umbria) fu nuovamente travagliata da una guerra, quella tra Bizantini e Longobardi, che conobbe alterne vicende e durante la quale,
analogamente a quanto accaduto in precedenza, si disputava aspramente il controllo delle città poste lungo le vie di collegamento tra Roma e il Nord d'Italia. Tiferno e il territorio circostante rimasero a lungo in mano ai Bizantini e vennero inclusi nella Regio Castellorum
bizantina, sorta con scopi difensivi; l'antico nome di Tifernum Tiberinum venne mutato in quello suggestivo di Castrum Felicitatis. Forse proprio durante il periodo degli scontri tra Goti e Bizantini o delle prime lotte fra questi e i Longobardi, venne seppellito presso
il colle ove sorge il santuario di Canoscio (a circa 12 Km da Città di Castello) il famoso tesoro omonimo composto da molteplici
oggetti d'argento di notevole interesse storico e artistico, ora custoditi nel Museo del Duomo di Città di Castello.
All'inizio dell'VIII secolo i Longobardi riuscirono a penetrare anche nell'Alta Valle del Tevere, conquistando Castrurn Felicitatis; tracce della loro presenza sono state rinvenute nel territorio tra gli odierni comuni di Città di Castello e San Giustino.